| Agazzino
di Sarmato è
una piccola borgata agricola situata sulla strada che dalla S.S.
n. 10, all'altezza di Ponte Tidone, porta a Mottaziana sulla
strada provinciale che da S.Nicolò porta a Borgonovo. Nel suo
piccolo è lo spaccato, ben conservato, del mondo di un tempo
non lontano con le sue usanze, costumi ed abitudini. Borgata di
confine divisa com'è tra i comuni di Sarmato e Borgonovo, unita
dall'unica parrocchia con la bella chiesa le cui origini note
risalgono al 1575, come citato dalla visita del B.Paolo Burali,
Vescovo di Piacenza. Evidentemente essa esisteva già in
precedenza, come narrasi nel bel libretto "AGAZZINO,
immagini, cronaca e storia di un paese" edito nel 1998
in occasione del cinquantesimo di parrocchialità di Don
Giuseppe Bongiorni, ultimo parroco da poco defunto.L'iconografia
presente nella chiesa e la storia del vicino palazzo, già
proprietà degli SFORZA - CONFALONIERI di Borgonovo e poi degli
Scotti di Sarmato, un tempo collegio dei gesuiti, depongono a
favore della permanenza in loco di San Luigi Gonzaga durante il
suo noviziato gesuitico.
Patrona del
paese è Sant'Agata insieme con San Mauro, ma la festa patronale
si celebra per l'appunto la prima domenica di settembre con la
festa della "Madonna della cintura". Ma la vita di
chiesa è anche il motivo dominante di tutta la sua storia prima
e dopo l'avvento dello sviluppo industriale. Ed è stato il
cemento che ha unito generazioni di persone alla propria terra
sia negli anni della prosperità, sia in quelli dell'esodo e
dell'abbandono.
Le foto
presentate nel libretto raccontano di un paese vivo nel lavoro,
nella vita delle famiglie contadine e di salariati agricoli come
degli artigiani locali. Un paese dedito alla vita dei campi
delle varie aziende ed al servizio degli strumenti ed
attrezzature agricole. L'avvento della industrializzazione
agricola ha spezzato gravemente questo mondo e ci ha lasciato
dei ricordi, tanti: tristi e gioiosi insieme. A testimoniarlo è
rimasto l'impianto urbano tipico della corte padana con il vasto
palazzo padronale, la stalla con portico e fienile, le case dei
salariati, la Chiesa, l'osteria e, soprattutto, la grande
"aia" dove si accumulavano i prodotti dei campi per il
loro trattamento ed immagazzinaggio: fieno, grano, paglia, mais,
ecc..
E' giusto e
doveroso "ricordare" e bene hanno fatto gli Alpini di
Sarmato a raccogliere l'opportunità offerta dal gruppo di
raccolta e restauro vecchie macchine agricole di
"celebrare" questo ricordo nel luogo più appropriato
del comune per conformazione, tradizioni e localizzazione. E'
giusto e doveroso per rispetto ai nostri antenati che seppero
costruire un mondo nuovo in zone un tempo boscose, incolte ed
insalubri, creando a Sarmato e dintorni un'economia prospera e
sana (per il tempo s'intende) che nel '500 fece aumentare gli
abitanti di ben 500 unità. Ed anche Agazzino fruì delle
innovazioni strutturali agricole diventando a sua volta un
piccolo centro autonomo ma molto operoso. Fu l'impulso dei conti
Scotti a creare un nuovo tipo di agricoltura basata
sull'allevamento stanziale del bestiame, sostituendolo alla
transumanza dei bergamini in soccida. Da qui la nascita delle
stalle, dei caseifici che completavano l'agricoltura cerealicola
fino ad allora prevalente. E da qui la crescita di un'economia
mista agricola ed artigianale al servizio della prima. Fu un
passo importantissimo che portò Sarmato al secondo posto per
numero di animali allevato in provincia di Piacenza, superando
addirittura C.S.Giovanni!
Poi arrivò
l'industrializzazione ed una nuova rivoluzione negli anni '70,
che d'un tratto spazzò via tutto o quasi. Prima le persone con
l'inurbamento e l'emigrazione, già endemica ad inizio secolo
scorso. Poi il territorio, con l'espianto delle colture
foraggiere, delle alberature, della cerealicoltura e della
molitura. Oggi osserviamo la desolazione, anticamera delle
desertificazione, dei campi senza alberi, di un territorio ove
la vista spazia per chilometri e ci mostra la centrale della
Casella persino dalla via Emilia pavese. Ma in questa stagione
ce li mostra di un colore giallo-marrone, nonostante le piogge,
proprio perché aridi o appena arati. E' il segno
incontrovertibile, anche scientificamente (si legga l'art. del
prof. Frazzi su "Il Nuovo Giornale), che stiamo vivendo e
celebrando un ricordo ormai lontano benché vicinissimo a
noi ma da cui
non sappiamo trarre (trahere=tradizione) alcuna indicazione per
il futuro.
Allora fare "festa"
per i santi patroni e celebrare i "ricordi" dei
suoni, delle voci, del lavoro, dei cibi di un tempo è un
invito, uno stimolo a trarre dal passato criteri ed indirizzi
validi per il nostro futuro, per studiare come riportare sul
territorio le persone che, sole, possono invertire la marcia, "abitando"
e "lavorando" il territorio perché questo non può
restare solo una piattaforma per impianti che producono o
distruggono energia fisica distruggendo l'ambiente in cui
viviamo. Non fu questo l'indirizzo dei nostri vecchi; speriamo
che non lo sia per il futuro, ma ciascuno di noi dovrà
impegnarsi perché la miopia dei responsabili non si allei con i
portatori di interessi estranei al tessuto sociale ed umano,
impedendoci di recuperare (trahere) la dimensione umana della
vita anche nel terzo millennio.
Oggi
Agazzino si presenta anche in una veste rinnovata o in fase di
avanzata riconversione da corte rurale (è l'unica sopravvissuta
ed integra nel circondario) ad ambiente residenziale,
grazie all'impegno dei proprietari che ne curano
l'ammodernamento pur nel rispetto della tipologia originale.
Tant'è che da qualche tempo si assiste ad un ripopolamento del
borgo, preludio forse di una nuova stagione. Il luogo è
tranquillo ed offre piacevole soggiorno, quindi meriterebbe una
particolare attenzione per attirare nuovi abitanti a riportare a
nuova vita ciò che sembrava spento e perduto. E ciò proprio
grazie all'impegno profuso per conservare un luogo che merita un
contorno ambientale adeguato e più attento alle esigenze della
natura come della persona.
CLAUDIO
BELLOTTI |
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