• Introduzione

    A chi mi rivolgo con questo libretto? Non agli addetti ai lavori che sono allocati su di un altro pianeta e guardano dall’alto in basso chi non usa i loro termini difficili e non dimostra di conoscere tutte le fonti, cioè di non conoscere tutti i libri che ha letto e quelli che potrebbe aver letto Dante. Mi rivolgo quindi a chi non ha ancora la verità in tasca, agli studenti, e sono convinto che qualora riuscissi a far capire ai giovani la vera speranza che aveva Dante, quella che risulta dalla mia interpretazione della Vita Nova e della Divina Commedia, ci sarebbero meno giovani disposti a cercare il paradiso nella droga.
    In tutta la Vita Nova Dante parla del suo amore per Beatrice che finora non è stata ben compresa; nell’Enciclopedia Dantesca, alla voce Beatrice, il Vallone conclude: “ Ma ieri come oggi, par chiaro sempre che intendere bene Beatrice significa scoprire nella sostanza il fondo e la totalità dell’opera di Dante”
    Dante si è impegnato al massimo per dimostrare di essere soltanto poeta volendo farci intendere che Beatrice è una donna come le altre donne dei rimatori, soltanto perché doveva sigillare il libro; analogamente il suo “primo amico” Cavalcanti, gli è servito per sviare tutti gli studiosi a cercare lumi per spiegare l’oscurità della Vita Nova negli scritti di Cavalcanti e in quelli degli altri rimatori specialmente i provenzali.
    Se la Divina Commedia è davvero il libro dei sette sigilli e nelle sue allegorie è racchiuso il Vangelo Eterno che contiene le ultime volontà di Dio, Beatrice, che rappresenta la Chiesa, doveva essere scelta obbligatoriamente tra le sante più rappresentative, e data la celebrità di S.Chiara, dato il significato del suo nome che significa luce, e data l’importanza di S.Francesco (padre spirituale di S.Chiara) nella Divina commedia, la scelta doveva cadere su una santa pienamente ecclesiale come la Santa di Assisi. Se Dante non avesse avuto nulla da nascondere, non sarebbe accettabile che avrebbe esaurito l’argomento S.Chiara solo per mezzo di due terzine ( Pd.III, 97-102 ) senza specificare in quale cielo la fa dimorare. E’ ovvio che Dante non poteva farsi accompagnare da S.Chiara sotto le mentite spoglie di Beatrice, e poi trovarsi davanti un’altra S.Chiara.
    Avendo Dante molto da nascondere, c’era da aspettarsi che nei canti di S. Francesco la Beatrice non fosse tanto loquace, ma Dante sottolinea addirittura che Beatrice va nell’oblio (Pd. X-60) per quasi quattro canti. Non è accettabile che nelle tre donne benedette venga compresa la Portinari il cui merito sembra sia stato solo quello di esistere; se al suo posto mettiamo S. Chiara il cui nome significa luce come anche quello di S. Lucia, la cosa diventa più plausibile.
    Non vorrei inventare l’acqua calda, ma nella Vita Nova sussistono almeno due interpretazioni dell’Amore. Nella prima, quella dell’Amore cortese dei rimatori, Beatrice è intesa come una figura femminile ordinaria, come nella realtà è la Portinari. Nella seconda interpretazione, intendendo l’ Amore di Dio, ovvero Dio stesso, Beatrice è intesa come S.Chiara, secondo il significato ed il simbolismo già detto. .
    Non si può dire che la prima interpretazione sia basata sempre sul significato letterale o anche allegorico e la seconda sempre sul significato anagogico, perché di volta in volta bisogna scegliere il significato più adatto all’interpretazione, pure non considerando il significato morale. Le allusioni ed anche le varie frasi che si adattano ( si adattano e/o si riferiscono ) solo a S.Chiara ed a nessun’altra figura femminile reale, sono tante.
    Sono convinto che Dante abbia messo nel conto che i suoi interpreti avrebbero pensato alla Portinari, e se non ha fornito alcuna indicazione per arrivare ad essa, pure non ha fatto nulla per escluderla.
    Non intendo fare un commento particolareggiato alla Vita Nova che è una commedia senza alcun fondamento reale la cui trama non si svolge in tutti i paragrafi; dopo uno o due paragrafi nei quali il copione ci vuol comunicare alcune verità, ci sono altri paragrafi di riempimento per tenere viva l’interpretazione dell’Amor cortese, ma su questi paragrafi dirò poco o nulla.
    Nell’Amor cortese il “primo amico “ di Dante è ovviamente Cavalcanti, ma nel significato anagogico il suo “primo amico” diventa il chiosatore del paragrafo XXVIII.
    Una procedura simile la troviamo nella Divina Commedia. Nel Paradiso Dante vede Adamo e gli parla, facendogli quattro domande; nel significato anagogico però, Adamo è solo un simbolo poiché l’Adamo vero nascerà dal viaggio di Dante attraverso i tre regni dell’oltretomba.
    In conclusione, La Vita Nova è un mosaico e ogni tassello aggiunge, pure in una scena irreale, una qualche verità atta a dimostrare che Beatrice è S.Chiara d’Assisi che simboleggia prima la Chiesa militante e poi la trionfante, e che Dante è l ‘Angelo possente dell’Apocalisse che ha scritto il libro dei sette sigilli; l’Amore-Dio piange appunto perché non c’è ancora chi aprirà il libro. I due tasselli delle donne schermo individuate nelle sorelle di S.Chiara, completano il mosaico. Dante sapeva con certezza che l’essenza profonda del libello criptato sarebbe stata capita solo dai “piccoli”e si compiace dei sigilli da lui posti. Anzi, direi che l’unico “gabbo” presente nella Vita Nova, sia quello di Dante verso i sapienti.
    Nella prima stampa di questo libretto ho scritto che, se avevo trovato il bandolo della matassa, ne rimaneva ancora tanta da dipanare, ma con l’identificazione delle due donne schermo e dell’amico di Dante che viene subito dopo il primo, credo che sulla matassa ci sia rimasto ben poco. Con queste identificazioni si esclude dalla Vita Nova, una volta per tutte, la Portinari e la città di Firenze come luogo dove si svolge tutta la scena.
    Poiché questa mia lettura è decisamente in antitesi a tutte le altre, non significa che io mi ritenga più intelligente di tutti i dantisti, spero soltanto di appartenere alla categoria dei “piccoli”: “ Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”. ( Luca 10,21).


    I

    In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d'asemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.


    Non si sa se Dante ad un certo punto abbia cambiato vita, ma il titolo Vita Nova si adatta perfettamente a S. Chiara dal giorno che S. Francesco le ha tagliato i capelli quando aveva 18 anni.
    Non voglio entrare nell’argomento ma Vita Nova fa pensare anche all’attesa dell’età nuova che è il punto d’arrivo di tutte le profezie di Dante


    II

    Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente de le dodici parti l'una d'un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente che apparia ne li mènimi polsi orribilmente; e tremando, disse queste parole: «Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi». In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l'alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: «Apparuit iam beatitudo vestra». In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo, disse queste parole: «Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!». D'allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia molte volte l'andai cercando, e vedèala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: Ella non parea figliuola d'uomo mortale, ma di Deo. E avegna che la sua imagine, la quale continuamente meco stava, fosse baldanza d'Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di sì nobilissima vertù, che nulla volta sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio de la ragione in quelle cose là ove cotale consiglio fosse utile a udire. E però che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre de l'esemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole le quali sono scritte ne la mia memoria sotto maggiori paragrafi.

    Credo che Dante possa aver scritto parte della Vita Nova in gioventù, ma che l’abbia poi riveduta in età avanzata. Secondo me la Beatrice della Divina Commedia e della Vita Nova è sicuramente il simbolo della Chiesa trionfante. Nella sua puerizia, e in modo particolare quando dice che la sua anima fu disposata ad Amore, Dante ha pensato a Beatrice come simbolo della Chiesa militante, ma soltanto in questo paragrafo e nel XXXIX. Il colore “sanguigno” della veste di Beatrice rappresenta il martirio del sangue della Chiesa militante. Fuori di metafora Dante ci vuol dire che è entrato nella fede, quella che sposta le montagne, fino dalla sua puerizia. Nella frase “la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare” quei molti avranno chiamato S. Chiara Beatrice nel senso che dava la beatitudine a chi ad essa si avvicinava. Va anche sottolineato che S. Chiara aveva una sorella di nome Beatrice. Nella bolla di canonizzazione di S. Chiara si legge: “…la quale come madre feconda di tutte le virtù, generò alla religione un gran numero di discepole colla virtù dei suoi esempi,…”; e nella Leggenda di S. Chiara cap. XIII:” Onde chiaramente si dimostra che la santa letizia e giocondità che era in lei, ridondava e spargevasi di fuori,…”.


    III

    Poi che furono passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l'apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l'ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov'io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L'ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno; e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d'una mia camera, e puòsimi a pensare di questa cortesissima. E pensando di lei mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m'apparve una maravigliosa visione, che me parea vedere ne la mia camera una nèbula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d'uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: «Ego dominus tuus». Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch'era la donna de la salute, la quale m'avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E ne l'una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor tuum». E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che la facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò, poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l'ora ne la quale m'era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch'ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte. Pensando io a ciò che m'era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti, li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d'Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun'alma presa.

    A ciascun'alma presa, e gentil core,
    nel cui cospetto ven lo dir presente,
    in ciò che mi rescrivan suo parvente
    salute in lor segnor, cioè Amore.
    Già eran quasi che atterzate l'ore
    del tempo che onne stella n'è lucente,
    quando m'apparve Amor subitamente
    cui essenza membrar mi dà orrore.
    Allegro mi sembrava Amor tenendo
    meo core in mano, e ne le braccia avea
    madonna involta in un drappo dormendo.
    Poi la svegliava, e d'esto core ardendo
    lei paventosa umilmente pascea:
    appresso gir lo ne vedea piangendo.


    Questo sonetto si divide in due parti; che la prima parte saluto e domando risponsione, ne la seconda significo a che si dee rispondere. La seconda parte comincia quivi: Già eran.
    A questo sonetto fue risposto da molti e di diverse sentenzie; tra li quali fue risponditore quelli cui io chiamo primo de li miei amici, e disse allora uno sonetto, lo quale comincia: Vedesti al mio parere onne valore. E questo fue quasi lo principio de l'amistà tra lui e me, quando elli seppe che io era quelli che li avea ciò mandato. Lo verace giudicio del detto sogno non fue veduto allora per alcuno, ma ora è manifestissimo a li più semplici.

    Le due donne gentili di “ più lunga etade” in mezzo alle quali apparve Beatrice, sono la Sinagoga e la Chiesa militante che hanno preceduto nell’ordine Beatrice, il cui abito è bianchissimo perché è quello della Chiesa trionfante. Nel sogno di Dante , la donna della salute che mangia il suo cuore è sempre Beatrice, ma qui coperta da un drappo sanguigno perché la fede di Dante riguarda la Chiesa militante.
    Il sogno di questo paragrafo ha tutta l’aria di una consacrazione totale verso la Chiesa che sarebbe avvenuta a 18 anni, la stessa età dello “sposalizio” di S. Chiara. Direi che la Vita Nova ha inizio con questo sogno. L’età di 18 anni potrebbe essere simbolica, ma a questo punto Dante aveva già chiaro il progetto della Divina Commedia ed era già consapevole di dover scrivere il libro sigillato dei sette sigilli. Nell’Inferno Dante aveva “una corda intorno cinta” ( If, XVI, 106) del terzo ordine francescano, ma la consacrazione in incognito di questo sogno va molto oltre al terzo ordine francescano, è l’identificazione di Dante con l’Angelo possente dell’Apocalisse:
    Vidi poi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube,la fronte cinta di un arcobaleno; aveva la faccia come il sole e le gambe come colonne di fuoco. Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Posò il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, e gridò a gran voce come leone che ruggisce. E quando ebbe gridato i sette tuoni fecero udire la loro voce.
    Dopo che i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere, quando udii una voce dal cielo che mi disse: Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo! Allora l’angelo che avevo visto con un piede sul mare e con un piede sulla terra, alzò la destra verso il cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli, che ha creato il cielo, terra, mare e quanto è in essi: Non vi sarà più indugio! Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio, come egli ha annunciato ai suoi servi i profeti!
    Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra. Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Egli mi disse: Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito, ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. ( Apocalisse 10, 1-10 )
    L’ordine di mettere sotto sigillo quello che ha detto Dio per tramite dei sette tuoni, non è rivolto a Giovanni ma all’Angelo possente che deve sigillare il piccolo libro dolce al gusto e amaro nelle viscere. Il libro è la Divina Commedia: il libro dei sette sigilli. Pure la Vita Nova è sigillato, anzi, è un presigillo da aprire prima degli altri sette.
    Perché Amore-Dio piange? Il progetto di Dio è quello di instaurare il suo regno, e le modalità per arrivarci sono descritte nell’Apocalisse con l’apertura del libro sigillato coi sette sigilli. San Giovanni piangeva perché nessuno poteva leggere il libro: “ Ma nessuno né in cielo né in terra né sottoterra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo.” ( Ap. 5, 3-4 ).
    Il pianto del profeta S.Giovanni è il pianto di Dio. L’ordine di sigillare il libro, veniva dai sette tuoni, cioè da Dio, per cui sembrerebbe un controsenso che poi Dio pianga perché non viene aperto il libro. L’apertura del libro verrà conclusa, come dice l’Apocalisse al quinto sigillo, quando sarà completato il numero dei santi e dei martiri: “ Quando l’agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa.
    E gridarono a gran voce : Fino a quando, Signore santo e verace, tarderai a fare giudizio e a vendicare il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?
    Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro.” ( Ap. 6, 9-11).
    In definitiva, Dio piange perché non ci sono abbastanza santi ( il numero è noto soltanto a Lui ) per fare scattare la molla degli eventi escatologici e continuerà a piangere, come anche nell’ultimo sonetto di questo libello, finché non verrà aperto il sesto sigillo della Divina Commedia.


    V

    Uno giorno avvenne che questa gentilissima sedea in parte ove s'udiano parole de la regina de la gloria, ed io era in luogo dal quale vedea la mia beatitudine: e nel mezzo di lei e di me per la retta linea sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare, che parea che sopra lei terminasse. Onde molti s'accorsero de lo suo mirare; ed in tanto vi fue posto mente, che, partendomi da questo luogo, mi sentio dicere appresso di me: «Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui»; e nominandola, eo intesi che dicea di colei che mezzo era stata ne la linea retta che movea da la gentilissima Beatrice e terminava ne li occhi miei. Allora mi confortai molto, assicurandomi che lo mio secreto non era comunicato lo giorno altrui per mia vista. E mantenente pensai di fare di questa gentile donna schermo de la veritade; e tanto ne mostrai in poco tempo, che lo mio secreto fue creduto sapere da le più persone che di me ragionavano. Con questa donna mi celai alquanti anni e mesi; e per più fare credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali non è mio intendimento di scrivere qui, se non in quanto facesse a trattare di quella gentilissima Beatrice; e però le lascerò tutte, salvo che alcuna cosa ne scriverò che pare che sia loda di lei.


    La donna schermo serve a Dante per mantenere viva l’interpretazione dell’Amor cortese. La situazione descritta in chiesa non è reale, ma qualora lo fosse stata, avrebbe potuto vedere la “gentilissima” solo dipinta su qualche parete, essendo S. Chiara deceduta nel 1253 dodici anni prima della nascita di Dante.

    VI

    Dico che in questo tempo che questa donna era schermo di tanto amore, quanto da la mia parte, sì mi venne una volontade di volere ricordare lo nome di quella gentilissima ed acompagnarlo di molti nomi di donne, e spezialmente del nome di questa gentile donna. E presi li nomi di sessanta le più belle donne de la cittade ove la mia donna fue posta da l'altissimo sire, e compuosi una pìstola sotto forma di serventese, la quale io non scriverò: e non n'avrei fatto menzione, se non per dire quello che, componendola, maravigliosamente addivenne, cioè che in alcuno altro numero non sofferse lo nome de la mia donna stare, se non in su lo nove, tra li nomi di queste donne.


    La città ricordata molte volte, dove si svolge la Vita Nova, è Assisi; le sessanta donne più belle di questa città sono le clarisse. Dato che la Beatrice-S.Chiara è il simbolo della Chiesa trionfante, per il numero sessanta, Dante avrà sicuramente tenuto presente anche le sessanta regine del Cantico dei cantici. Il numero sessanta riferito alle suore, potrebbe essere approssimativo; l’unico documento coi nomi delle suore di S.Damiano di Assisi è un rogito col quale le suore hanno venduto un terreno nel 1238 e porta i nomi di 51 suore compreso S.Chiara e l’elenco si trova a pagina 58 del libro del padre Giovanni Boccali SANTA CHIARA SOTTO PROCESSO citato nella bibliografia. Quando Dante dice che il nome della sua donna sta sul numero nove, non si riferisce a questo elenco e non sappiamo in che data abbia preso i nomi delle sessanta suore; Dante, dopo 30 o 40 anni dalla morte di S.Chiara potrebbe aver avuto un altro elenco direttamente dalle suore. Se mettiamo in ordine alfabetico i nomi dell’elenco del 1238, il nome di Chiara è al diciottesimo posto, troppo lontano dal numero nove; la sorella Beatrice in questo elenco è al numero 11. Se Dante avesse avuto un elenco delle suore alla morte di S.Chiara nel 1253, i nomi delle suore potrebbero essere leggermente cambiati rispetto all’elenco del 1238 e Beatrice trovarsi al numero nove dell’elenco. Quando Dante dice che il nome della sua donna è al numero nove, si riferisce soltanto al nome Beatrice che è della sorella di S.Chiara.
    Nel prologo del processo di canonizzazione di S.Chiara, la testimonia suor Beatrice è citata al nono posto. Nel processo, chi ha sistemato le carte, ha fatto capitare suor Beatrice al dodicesimo posto, ma in origine era al nono.

    VII

    La donna co la quale io avea tanto tempo celata la mia volontade, convenne che si partisse de la sopradetta cittade e andasse in paese molto lontano: per che io quasi sbigottito de la bella difesa che m'era venuta meno, assai me ne disconfortai, più che io medesimo non avrei creduto dinanzi. E pensando che se de la sua partita io non parlasse alquanto dolorosamente, le persone sarebbero accorte più tosto de lo mio nascondere, propuosi di farne alcuna lamentanza in uno sonetto; lo quale io scriverò, acciò che la mia donna fue immediata cagione di certe parole che ne lo sonetto sono, sì come appare a chi lo intende. E allora dissi questo sonetto, che comincia: O voi che per la via.

    O voi, che per la via d'Amor passate,
    attendete e guardate
    s'elli è dolore alcun, quanto 'l mio, grave;
    e prego sol ch'audir mi sofferiate,
    e poi imaginate
    s'io son d'ogni tormento ostale e chiave.
    Amor, non già per mia poca bontate,
    ma per sua nobiltate,
    mi pose in vita sì dolce e soave,
    ch'io mi sentia dir dietro spesse fiate:
    «Deo, per qual dignitate
    così leggiadro questi lo core have?»
    Or ho perduta tutta mia baldanza,
    che si movea d'amoroso tesoro;
    ond'io pover dimoro,
    in guisa che di dir mi ven dottanza.
    Sì che volendo far come coloro
    che per vergogna celan lor mancanza,
    di fuor mostro allegranza,
    e dentro dallo core struggo e ploro.

    Questo sonetto ha due parti principali; che ne la prima intendo chiamare li fedeli d'Amore per quelle parole di Geremia profeta che dicono: O vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut dolor meus, e pregare che mi sofferino d'audire; nella seconda narro là ove Amore m'avea posto, con altro intendimento che l'estreme parti del sonetto non mostrano, e dico che io hoe ciò perduto. La seconda parte comincia quivi: Amor, non già

    La prima donna schermo, suor Agnese sorella di S.Chiara, parte da Assisi per un paese molto lontano e, guarda caso, questo paese è Monticelli, appena fuori Firenze, dove nel 1219 è andata a fare la badessa nel convento delle clarisse.
    Dopo la partenza della donna schermo, Dante scrive un sonetto nel quale si trovano parole della sua donna e queste parole sono quelle di Geremia profeta, che S. Chiara ha usato nella quarta lettera alla Beata Agnese di Praga come appare a chi lo intende.


    IX

    Appresso la morte di questa donna alquanti die, avvenne cosa per la quale me convenne partire de la sopradetta cittade e ire verso quelle parti dov'era la gentile donna ch'era stata mia difesa, avegna che non tanto fosse lontano lo termine de lo mio andare quanto ella era. E tutto ch'io fosse a la compagnia di molti, quanto a la vista, l'andare mi dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l'angoscia che lo cuore sentia, però ch'io mi dilungava da la mia beatitudine. E però lo dolcissimo segnore, lo quale mi segnoreggiava per la vertù de la gentilissima donna, ne la mia imaginazione apparve come peregrino leggeramente vestito e di vili drappi. Elli mi parea disbigottito, e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi mi parea che si volgessero ad uno fiume bello e corrente e chiarissimo, lo quale sen gìa lungo questo cammino là ov'io era. A me parve che Amore mi chiamasse, e dicèssemi queste parole: «Io vegno da quella donna la quale è stata tua lunga difesa, e so che lo suo rivenire non sarà a gran tempi; e però quello cuore che io ti facea avere a lei, io l'ho meco, e pòrtolo a donna la quale sarà tua difensione, come questa era». E nominòllami per nome, sì che io la conobbi bene. «Ma tuttavia, di queste parole ch'io t'ho ragionate se alcuna cosa ne dicessi, dille nel modo che per loro non si discernesse lo simulato amore che tu hai mostrato a questa e che ti converrà mostrare ad altri». E dette queste parole, disparve questa mia imaginazione tutta subitamente, per la grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sé; e, quasi cambiato ne la vista mia, cavalcai quel giorno pensoso molto ed accompagnato da molti sospiri. Appresso lo giorno, cominciai di ciò questo sonetto, lo quale comincia Cavalcando.

    Cavalcando l'altr'ier per un cammino,
    pensoso de l'andar che mi sgradia,
    trovai Amore in mezzo de la via
    in abito leggier di peregrino.
    Ne la sembianza mi parea meschino,
    come avesse perduta segnoria;

    e sospirando pensoso venia,
    per non veder la gente, a capo chino.
    Quando mi vide, mi chiamò per nome,
    e disse: «Io vegno di lontana parte,
    ov'era lo tuo cor per mio volere;
    e rècolo a servir novo piacere».
    Allora presi di lui sì gran parte,
    ch'elli disparve, e non m'accorsi come.

    Questo sonetto ha tre parti: ne la prima parte dico sì com'io trovai Amore, e quale mi parea; ne la seconda dico quello ch'elli mi disse, avegna che non compiutamente per tema ch'avea di discovrire lo mio secreto; ne la terza dico com'elli mi disparve.La seconda comincia quivi: Quando mi vide; la terza: Allora presi.

    Dopo la morte di questa giovane suora, Dante parte da Assisi per andare da quelle parti dove era andata la prima donna schermo “avvegna che non tanto fosse lontano lo termine de lo mio andare quanto ella era”; infatti Dante si è fermato a casa sua in Firenze città, mentre “ella” era poco più in là nel convento di Monticelli. I sospiri e l’angoscia di lasciare Assisi per Firenze fanno parte della recita.
    L’Amore-Dio appare a Dante nelle vesti di S.Francesco e i suoi occhi si rivolgono talora ad un fiume bello e corrente e chiarissimo là dove Dante era, cioè ad Assisi. Il nome della seconda donna schermo che S.Francesco dice a Dante e che Dante conosce bene, è quello di Beatrice, sorella di S.Chiara.
    S. Chiara era di famiglia nobile sia da parte del padre Favarone che della madre Ortolana; mentre del padre non si conosce il cognome della famiglia, la madre era della famiglia dei Fiumi. Quando Amore vestito di vili drappi si rivolge al fiume “ bello e corrente e chiarissimo”, allude ai rapporti tra S.Fraancesco e S.Chiara che ogni tanto si incontravano.
    Vediamo ora nel Limbo un altro bel fiumicello:

    Giugnemmo al piè d’un nobile castello
    sette volte cerchiato d’alte mura
    difeso intorno d’un bel fiumicello.
    Questo passammo come terra dura;
    per sette porte entrai con questi savi,
    venimmo in prato di fresca verdura. ( If. IV, 106-111 )

    Rimando all’Enciclopedia Dantesca per le varie interpretazioni allegoriche delle sette mura e del bel fiumicello. Dante assieme ad Omero, Orazio, Ovidio, Lucano e Virgilio passa su questo “bel fiumicello” come terra dura. Noto soltanto che l’unico che cammina veramente sulle acque è Dante, in quanto gli altri cinque sono puri spiriti; da ciò deduco che il sovrasenso o significato anagogico, riguarda solo Dante per cui le sette mura rappresentano i sette sigilli della Divina Commedia e Dante ovviamente trova tutte le porte aperte. Come nei castelli medievali bisognava passare il fossato per arrivare alle mura, qui bisogna passare il “ bel fiumicello” che rappresenta S.Chiara; cioè per avvicinarsi ai sette sigilli della Divina Commedia, bisogna prima aprire i sigilli della Vita Nova e non aver dubbi sull’identificazione di Beatrice con S.Chiara.


    X

    Appresso la mia ritornata mi misi a cercare di questa donna, che lo mio segnore m'avea nominata ne lo cammino de li sospiri; e acciò che lo mio parlare sia più brieve, dico che in poco tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltre li termini de la cortesia; onde molte fiate mi pesava duramente. E per questa cagione, cioè di questa soverchievole voce che parea che m'infamasse viziosamente, quella gentilissima, la quale fue distruggitrice di tutti li vizi e regina de le virtudi, passando per alcuna parte, mi negò lo suo dolcissimo salutare, ne lo quale stava tutta la mia beatitudine. Ed uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare a intendere quello che lo suo salutare in me virtuosamente operava.

    Se nel cammino dei sospiri del paragrafo precedente, Dante ha cavalcato da Assisi a Firenze, qui è già ritornato ad Assisi per cercare la seconda donna schermo, la sorella di S.Chiara suor Beatrice. S.Chiara e l’altra sorella S.Agnese sono decedute entrambe nel 1253 a distanza di pochi mesi, mentre la più piccola Beatrice è forse deceduta nel 1260. Anche il riferimento alla seconda donna schermo è quindi tutta fantasia come lo è il saluto negato a Dante dalla gentilissima.


    XII

    Ora, tornando al proposito, dico che poi che la mia beatitudine mi fue negata, mi giunse tanto dolore, che, partito me da le genti, in solinga parte andai a bagnare la terra d'amarissime lagrime. E poi che alquanto mi fue sollenato questo lagrimare, misimi ne la mia camera, là ov'io potea lamentarmi sanza essere udito; e quivi, chiamando misericordia a la donna de la cortesia, e dicendo «Amore, aiuta lo tuo fedele», m'addormentai come uno pargoletto battuto lagrimando. Avvenne quasi nel mezzo de lo mio dormire che me parve vedere ne la mia camera lungo me sedere uno giovane vestito di bianchissime vestimenta, e, pensando molto quanto a la vista sua, mi riguardava là ov'io giacea; e quando m'avea guardato alquanto, pareami che sospirando mi chiamasse, e diceami queste parole: «Fili mi, tempus est ut praetermictantur simulacra nostra». Allora mi parea che io lo conoscesse, però che mi chiamava così come assai fiate ne li miei sonni m'avea già chiamato; e riguardandolo, parvemi che piangesse pietosamente, e parea che attendesse da me alcuna parola; ond'io, assicurandomi, cominciai a parlare così con esso: «Segnore de la nobiltade, e perché piangi tu?». E quelli mi dicea queste parole: «Ego tanquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentiae partes; tu autem non sic». Allora, pensando a le sue parole, mi parea che m'avesse parlato molto oscuramente, sì ch'io mi sforzava di parlare, e diceali queste parole: «Che è ciò, segnore, che mi parli con tanta oscuritade?». E quelli mi dicea in parole volgari: «Non dimandare più che utile ti sia». E però cominciai allora con lui a ragionare de la salute la quale mi fue negata, e domandàilo de la cagione; onde in questa guisa da lui mi fue risposto: «Quella nostra Beatrice udio da certe persone, di te ragionando, che la donna la quale io ti nominai nel cammino de li sospiri, ricevea da te alcuna noia; e però questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le noie, non degnò salutare la tua persona, temendo non fosse noiosa. Onde con ciò sia cosa che veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo secreto per lunga consuetudine, voglio che tu dichi certe parole per rima, ne le quali tu comprendi la forza che io tegno sopra te per lei, e come tu fosti suo tostamente da la tua puerizia. E di ciò chiama testimonio colui che lo sa, e come tu prieghi lui che li le dica; ed io, che son quelli, volentieri le ne ragionerò; e per questo sentirà ella la tua volontade la quale sentendo, conoscerà le parole de li ingannati. Queste parole fa che siano quasi un mezzo, sì che tu non parli a lei immediatamente, che non è degno; e no le mandare in parte sanza me, ove potessero essere intese da lei, ma falle adornare di soave armonia, ne la quale io sarò tutte le volte che farà mestiere». E dette queste parole, sì disparve, e lo mio sonno fue rotto. Onde io ricordandomi trovai che questa visione m'era apparita ne la nona ora del die; e anzi ch'io uscisse di questa camera, propuosi di fare una ballata, ne la quale io seguitasse ciò che lo mio segnore m'avea imposto; e feci poi questa ballata, che comincia: Ballata, i' vo'.


    Ballata, i' vo' che tu ritrovi Amore,
    e con lui vade a madonna davante,
    sì che la scusa mia, la qual tu cante,
    ragioni poi con lei lo mio segnore.
    Tu vai, ballata, sì cortesemente,
    che sanza compagnia
    dovresti avere in tutte parti ardire;
    ma se tu vuoli andar sicuramente,
    retrova l'Amor pria,
    ché forse non è bon sanza lui gire;
    però che quella che ti dee audire,
    sì com'io credo, è ver di me adirata:
    se tu di lui non fossi accompagnata,
    leggeramente ti faria disnore.
    Con dolze sono, quando se' con lui,
    comincia este parole,
    appresso che averai chesta pietate:
    «Madonna, quelli che mi manda a vui,
    quando vi piaccia, vole,
    Amore è qui, che per vostra bieltate
    lo face,come vol,vista cangiare:
    dunque perché li fece altra guardare
    pensatel voi, da che non mutò 'l core».
    Dille: «Madonna, lo suo core è stato
    con sì fermata fede,
    che 'n voi servir l'ha 'mpronto onne pensero:
    tosto fu vostro, e mai non s'è smagato».
    Sed ella non ti crede,
    dì che domandi Amor, che sa lo vero:
    ed a la fine falle umil preghero,
    lo perdonare se le fosse a noia,
    che mi comandi per messo ch'eo moia,
    e vedrassi ubidir ben servidore.
    E dì a colui ch'è d'ogni pietà chiave,
    avante che sdonnei,
    che le saprà contar mia ragion bona:
    «Per grazia de la mia nota soave
    reman tu qui con lei,
    e del tuo servo ciò che vuoi ragiona;
    e s'ella pel tuo prego li perdona,
    fa che li annunzi un bel sembiante pace».
    Gentil ballata mia, quando ti piace,
    movi in quel punto che tu n'aggie onore.


    Questa ballata in tre parti si divide: ne la prima dico a lei ov'ella vada, e confòrtola però che vada più sicura, e dico ne la cui compagnia si metta, se vuole sicuramente andare e sanza pericolo alcuno; ne la seconda dico quello che lei si pertiene di fare intendere; ne la terza la licenzio del gire quando vuole, raccomandando lo suo movimento ne le braccia de la fortuna. La seconda parte comincia quivi: Con dolze sono; la terza quivi: Gentil ballata.
    Potrebbe già l'uomo opporre contra me e dicere che non sapesse a cui fosse lo mio parlare in seconda persona, però che la ballata non è altro che queste parole ched io parlo: e però dico che questo dubbio io lo intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora in parte più dubbiosa; e allora intenda qui chi qui dubita, o chi qui volesse opporre in questo modo.


    Le due donne schermo sono state introdotte da Dante per sigillare meglio il “libello”, ma ora il giovane vestito di bianco della visione, l’Amore-Dio, ordina a Dante di troncare la simulazione poiché lo scopo è stato raggiunto. L’Amore-Dio piange sempre per lo stesso motivo: non c’è ancora in vista chi possa aprire il libro dei sette sigilli. Se l’Amore-Dio piange perché non è presente chi aprirà il libro, significa che la Divina Commedia non era allo stato di progetto nella mente di Dante, ma doveva già essere stata scritta e in parte anche divulgata. Alla domanda esplicita di Dante sul motivo del suo pianto, l’Amore-Dio risponde che Lui è come il centro del cerchio, equidistante dalla circonferenza, mentre Dante non lo è. L’Amore-Dio è il centro di tutti gli amori; Dio vuole la gioia e la salvezza di tutta l’umanità che si realizzerà quando verrà aperto il libro dei sette sigilli (lo ha stabilito Lui nell’Apocalisse). Anche Dante vuole la gioia di tutta l’umanità, ma non essendo Dante il centro del cerchio, non deve piangere, deve mantenere sigillato il libro, è un ordine: “ Non dimandare più che utile ti sia”.
    Nella ballata che segue viene sottolineato il fatto importante che il cuore di Dante, fino dalla puerizia, sia sempre stato per la gentilissima Beatrice, cioè per la Chiesa. Da tutta la Vita Nova si può escludere senz’altro che la “selva oscura” sia stata una crisi personale di Dante, la cui fede incrollabile non ha mai avuto tentennamenti.

    XIV

    Appresso la battaglia de li diversi pensieri avvenne che questa gentilissima venne in parte ove molte donne gentili erano adunate; a la qual parte io fui condotto per amica persona, credendosi fare a me grande piacere, in quanto mi menava là ove tante donne mostravano le loro bellezze. Onde io, quasi non sappiendo a che io fossi menato, e fidandomi ne la persona, la quale uno suo amico a l'estremitade de la vita condotto avea, dissi a lui: «Perché semo noi venuti a queste donne?». Allora quelli mi disse: «Per fare sì ch'elle siano degnamente servite». E lo vero è che adunate quivi erano a la compagnia d'una gentile donna che disposata era lo giorno; e però, secondo l'usanza de la sopradetta cittade, convenia che le facessero compagnia nel primo sedere a la mensa che facea ne la magione del suo novello sposo. Sì che io credendomi fare piacere di questo amico, propuosi di stare al servigio de le donne ne la sua compagnia. E nel fine del mio proponimento, mi parve sentire uno mirabile tremore incominciare nel mio petto da la sinistra parte e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo. Allora dico che io poggiai la mia persona simulatamente ad una pintura, la quale circundava questa magione; e temendo non altri si fosse accorto del mio tremare, levai gli occhi, e mirando le donne, vidi tra loro la gentilissima Beatrice. Allora fuoro sì distrutti li miei spiriti per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade a la gentilissima donna, che non ne rimasero in vita più che li spiriti del viso; e ancora questi rimasero fuori de li loro istrumenti, però che Amore volea stare nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna. E avvegna che io fossi altro che prima, molto mi dolea di questi spiritelli, che si lamentavano forte e diceano: «Se questi non ci infolgorasse così fuori del nostro luogo, noi potremmo stare a vedere la maraviglia di questa donna così come stanno li altri nostri pari». Io dico che molte di queste donne, accorgendosi de la mia trasfigurazione, si cominciaro a maravigliare, e ragionando si gabbavano di me con questa gentilissima; onde lo ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi fuori de la veduta di queste donne, sì mi domandò che io avesse. Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti spiriti miei, e li discacciati rivenuti a le loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: «Io tenni li piedi in quella parte de la vita, di là da la quale non si puote ire più per intendimento di ritornare». E partitomi da lui, mi ritornai ne la camera de le lagrime; ne la quale, piangendo e vergognandomi, fra me stesso dicea: «Se questa donna sapesse la mia condizione, io non credo che così gabbasse la mia persona, anzi credo che molta pietade le ne verrebbe». E in questo pianto stando, propuosi di dire parole, ne le quali, parlando a lei, significasse la cagione del mio trasfiguramento, e dicesse che io so bene ch'ella non è saputa, e che se fosse saputa, io credo che pietà ne giugnerebbe altrui; e propuòsile di dire, desiderando che venissero per avventura ne la sua audienza. E allora dissi questo sonetto, lo quale comincia: Con l'altre donne.

    Con l'altre donne mia vista gabbate,
    e non pensate, donna, onde si mova
    ch'io vi rassembri sì figura nova
    quando riguardo la vostra beltate.
    Se lo saveste, non porìa Pietate
    tener più contra me l'usata prova,
    ché Amor, quando sì presso a voi mi trova,
    prende baldanza e tanta securtate,
    che fère tra' miei spiriti paurosi,
    e quale ancide, e qual pinge di fore,
    sì che solo remane a veder vui:
    ond'io mi cangio in figura d'altrui,
    ma non sì ch'io non senta bene allore
    li guai de li scacciati tormentosi.

    Questo sonetto non divido in parti, però che la divisione non si fa se non per aprire la sentenzia de la cosa divisa; onde, con ciò sia cosa che per la sua ragionata cagione assai sia manifesto, non ha mestiere di divisione. Vero è che tra le parole dove si manifesta la cagione di questo sonetto, si scrivono dubbiose parole, cioè quando dico che Amore uccide tutti li miei spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo che fuori de li strumenti loro. E questo dubbio è impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele d'Amore; ed a coloro che vi sono, è manifesto ciò che solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me di dichiarare cotale dubitazione, acciò che lo mio parlare dichiarando sarebbe indarno, o vero di soperchio.

    Qui siamo ad Assisi nel convento di S.Chiara dove c’erano sicuramente molte suore una delle quali si è “disposata” in quel giorno. Dante come parente eventuale della suora che si è sposata poteva benissimo assistere al matrimonio accompagnato da un frate. Va ricordato che la figlia di Dante è entrata nell’ordine delle clarisse e ha preso il nome di suor Beatrice. La “pintura” alla quale Dante si appoggia è sicuramente una chiave per capire chi è Beatrice; secondo me questa “pintura” è un affresco di Memmo Lippi che raffigura S.Chiara (vedi copertina del presente libro) e si trova nella basilica di S.Chiara ad Assisi sul lato destro nella cappella di S.Giorgio dove in un primo tempo era stato sepolto anche S.Francesco. Dante, appoggiandosi alla “pintura”, vede si Beatrice (=S.Chiara) ma sull’affresco. Tutto questo episodio potrebbe benissimo non essere reale; Dante sicuramente è stato in questa basilica e ha descritto una scena possibile.
    Anche il “gabbo” dei rimatori che è in stridente contrasto con le clarisse, serve solo per sviare le indagini, per far credere all’ Amor cortese degli stilnovisti.


    XXIV

    Appresso questa vana imaginazione, avvenne uno die che, sedendo io pensoso in alcuna parte, ed io mi sentio cominciare un tremuoto nel cuore, così come se io fosse stato presente a questa donna. Allora dico che mi giunse una imaginazione d'Amore; che mi parve vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava, e pareami che lietamente mi dicesse nel cor mio: «Pensa di benedicere lo dì che io ti presi, però che tu lo dèi fare». E certo me parea avere lo cuore sì lieto, che me non parea che fosse lo mio cuore, per la sua nuova condizione. E poco dopo queste parole, che lo cuore mi disse con la lingua d'Amore, io vidi venire verso me una gentile donna, la quale era di famosa bieltade, e fue già molto donna di questo primo mio amico. E lo nome di questa donna era Giovanna, salvo che per la sua bieltade, secondo che altri crede, imposto l'era nome Primavera; e così era chiamata. E appresso lei, guardando, vidi venire la mirabile Beatrice. Queste donne andaro presso di me così l'una appresso l'altra, e parve che Amore mi parlasse nel cuore, e dicesse: «Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d'oggi; ché io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così Primavera, cioè prima verrà lo die che Beatrice si mosterrà dopo la imaginazione del suo fedele. E se anche vòli considerare lo primo nome suo, tanto è quanto dire 'prima verrà', però che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni lo quale precedette la verace luce, dicendo: Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini. Ed anche mi parve che mi dicesse, dopo, queste parole: «E chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe Amore, per molta simiglianza che ha meco». Onde io poi ripensando, propuosi di scrivere per rima a lo mio primo amico, tacendomi certe parole le quali pareano da tacere, credendo io che ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile; e dissi questo sonetto, lo quale comincia: Io mi senti' svegliar.

    Io mi senti' svegliar dentro a lo core
    un spirito amoroso che dormia:
    e poi vidi venir da lungi Amore
    allegro sì, che appena il conoscia,
    dicendo: «Or pensa pur di farmi onore»;
    e ciascuna parola sua ridia.
    E poco stando meco il mio segnore,
    guardando in quella parte onde venia,
    io vidi monna Vanna e monna Bice
    venir invêr lo loco là ov'io era,
    l'una appresso de l'altra maraviglia;
    e sì come la mente mi ridice,
    Amor mi disse: «Quell'è Primavera,
    e quell'ha nome Amor, sì mi somiglia».

    Questo sonetto ha molte parti: la prima de le quali dice come io mi sentii svegliare lo tremore usato nel cuore, e come parve che Amore m'apparisse allegro nel mio cuore da lunga parte; la seconda dice come me parea che Amore mi dicesse nel mio cuore, e quale mi parea; la terza dice come, poi che questi fue alquanto stato meco cotale, io vidi e udio certe cose. La seconda parte comincia quivi: dicendo: Or pensa; la terza quivi: E poco stando. La terza parte si divide in due: ne la prima dico quello che io vidi; ne la seconda dico quello che io udio. La seconda comincia quivi: Amor mi disse.


    Considerando che nelle rime di Cavalcanti non esiste il nome Giovanna, bisogna trovare una spiegazione allegorica del presente paragrafo. Beatrice è la Chiesa trionfante che viene preceduta da Giovanna che rappresenta la Chiesa militante. Questa Giovanna è di famosa “bieltade” perché, nella Divina Commedia, Dante usa sempre l’espressione “bella donna” per indicare la Chiesa; solo nel Purgatorio Matelda viene chiamata “ bella donna” per ben sei volte come simbolo della Chiesa militante. Il motivo per cui Dante usa il nome Matelda, è dovuto al significato del nome: “possente in battaglia”, adatto quindi per il simbolo già detto, giusto come afferma Dante nel paragrafo XIII :” Nomina sunt consequentia rerum”. Matelda quindi non ha alcun riferimento a donne reali con questo nome, essendo essa la prima Beatrice col vestito color sanguigno che Dante incontra a nove anni. Nel Purgatorio Matelda la troviamo dopo il fiume Lete, perché la Chiesa come istituzione è Santa, peccano i suoi figli, gerarchie comprese, ma Lei no; quindi è giusto trovarla dopo il Lete.
    Il nome di Beatrice, anche coi due significati di Chiesa militante e trionfante, è sempre legato al numero nove; oltre alle sei citazioni nel Purgatorio, troviamo ancora “ bella donna” nell’Inferno XIX,57, nel Paradiso X,93 è l’unico caso che indica Beatrice come Chiesa trionfante. Si arriva al numero nove aggiungendo “ bella sposa” di Pd.XXXII,128. Nell’Inferno Cavalcant,i in quanto non credente, non può trovarsi assieme a Dante che sta andando da Beatrice simbolo della Chiesa trionfante.
    Cavalcanti padre dice a Dante: “Se per questo cieco / carcere vai per altezza d’ingegno,/ mio figlio ov’è? E perché non è teco?”/ E io a lui:”Da me stesso non vegno: / colui che attende là per qui mi mena, / forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”. ( If. X, 58-63).
    Da questa considerazione si deduce che il primo amico di Dante nel significato anagogico non possa essere Cavalcanti eretico ma uno con una fede “ molto donna”, se non uguale, almeno simile a quella di Dante; io credo che sia il “chiosatore” del paragrafo XXVIII. Ma se il primo amico di Dante fosse davvero Cavalcanti, il dirgli: la tua donna, la monna Vanna, è importante solo perché precede la mia monna Bice, per Guido sarebbe stata un’offesa imperdonabile tale da non poter più parlare di cultura “ cortese”. Credo che almeno questo paragrafo Dante l’abbia scritto dopo la morte di Cavalcanti altrimenti Guido, che non avendo capito il vero significato, come non ha capito il sogno del paragrafo III, gli avrebbe risposto per le rime. Nella Vita Nova, Cavalcanti ha sicuramente avuto influenza su Dante come tecnica espressiva, ma nulla di più; la stessa definizione di “ primo amico” datagli da Dante nel paragrafo III, riguarda solo il significato letterale e Cavalcanti gli è servito soltanto per dirottare tutti gli studiosi sull’interpretazione dell’Amor cortese. Escluso quindi il paragrafo III, in tutte le altre citazioni del “ primo amico”, Cavalcanti non c’entra assolutamente niente.
    Nella frase: “ E chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe Amore per molta somiglianza che ha meco”, Dante vuol evidenziare la somiglianza di S.Chiara con Gesù Cristo, come anche S.Francesco è stato definito l’ “ alter Christus”.
    Perché soltanto in questo paragrafo l’Amore-Dio è allegro e sorride mentre tutte le altre volte che appare a Dante piange? La frase: “Pensa di benedicere lo dì che io ti presi, però che tu lo dèi fare“ si riferisce alla puerizia di Dante del II paragrafo dove non c’era ancora il problema del libro sigillato, e, se anche dopo la Giovanna, qui appare la mirabile Beatrice; il significato della sequenza è tanto facile da poter escludere l’angosciosa attesa dell’apertura dei sigilli. Questa esegesi è una riprova, se ce ne fosse bisogno, che il nostro San Dante abbia scritto il libro dei sette sigilli.


    XXVIII

    Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium. Io era nel proponimento ancora di questa canzone, e compiuta n'avea questa soprascritta stanzia, quando lo signore de la giustizia chiamòe questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata. E avvegna che forse piacerebbe a presente trattare alquanto de la sua partita da noi, non è lo mio intendimento di trattarne qui per tre ragioni: la prima è che ciò non è del presente proposito, se volemo guardare nel proemio che precede questo libello; la seconda si è che, posto che fosse del presente proposito, ancora non sarebbe sufficiente la mia lingua a trattare, come si converrebbe, di ciò; la terza si è che, posto che fosse l'uno e l'altro, non è convenevole a me trattare di ciò, per quello che, trattando, converrebbe essere me laudatore di me medesimo, la quale cosa è al postutto biasimevole a chi lo fae: e però lascio cotale trattato ad altro chiosatore. Tuttavia, però che molte volte lo numero del nove ha preso luogo tra le parole dinanzi, onde pare che sia non sanza ragione, e ne la sua partita cotale numero pare che avesse molto luogo, convènesi di dire quindi alcuna cosa, acciò che pare al proposito convenirsi. Onde prima dicerò come ebbe luogo ne la sua partita, e poi n'assegnerò alcuna ragione, per che questo numero fue a lei cotanto amico.

    Questo paragrafo contiene sicuramente il sigillo della Vita Nova. Il nome della Madonna fu in grandissima reverenza nelle parole di questa Beatrice beata. S.Chiara nella lettera alla sorella Beata Agnese di Praga scrive:” Stringiti alla sua dolcissima Madre, che nel piccolo chiostro del suo sacro seno raccolse e nel suo grembo verginale portò Colui che i cieli non potevano contenere…”. E nell’epistola mandata da Tommaso da Celano al papa Alessandro IV: “e le donne abbino per loro conduttrice e capitanea alla beata vita la gloriosa vergine santa Chiara, la quale fu perfetta imitatrice della Vergine Maria.”
    Dante non può parlare della morte di Beatrice per tre ragioni: la prima perché non è del presente proposito, se vogliamo guardare nel proemio, dove non può essere nel libro della memoria perché S.Chiara è morta dodici anni prima della nascita di Dante. La seconda ragione, dovuta al fatto che la sua lingua non sia ancora all’altezza di farlo, gli serve soltanto per far credere di aver scritto la Vita Nova in gioventù. La terza, posto che fosse del presente proposito, posto che la sua lingua fosse all’altezza di farlo, non può parlare della morte di Beatrice per non lodare se stesso. Se Dante parlasse della morte della vera Beatrice, cioè S.Chiara, sarebbe come togliere il sigillo al libro, il che equivarrebbe a dire:” io sono l’Angelo possente dell’Apocalisse che doveva sigillare il libro”, e ciò sarebbe un lodare se stesso, per cui lascia l’incarico ad altro chiosatore. Dante doveva sigillare il “libello” e la Divina Commedia perché gli era stato ordinato da Dio e non poteva per nessun motivo trasgredire questo ordine.

    © ® Copyright sulle note in corsivo di Osvaldo Filipponi - Sarmato (PC) - 30 Aprile 2008

    Contatto e-mail

    Si ringrazia l'avv.to Fulvio Giorgilli di Fiuggi, cultore di Dante, per i consigli e l'incoraggiamento.