| Amarezza, sconcerto, sensazione di abbandono, timore per
il futuro.
Questi i sentimenti più diffusi tra il personale dello Zuccherificio alla notizia del piano industriale presentato lunedì dalla nuova proprietà a Roma che prevede la chiusura dello stabilimento di Sarmato. Ad essi si accompagnano quelli dell'intera popolazione di Sarmato e dintorni rappresentati dalle manifestazioni di solidarietà giunte anche dai paesi vicini. Lunedì 11 Novembre si è tenuta un'affollata assemblea pubblica nella sala consiliare di Sarmato, nella quale dipendenti, sindacalisti, cittadini e politici hanno discusso del problema e dei modi per affrontarlo. Il punto sembra chiaro: la proprietà originaria dello stabilimento, la Montedison, ha ceduto le azioni di Eridania spa alla SACOFIN, finanziaria della CO.PRO.B. (Cooperativa produttori bietole di Minerbio Bologna), della SADAM (gruppo Maccaferri BO) e della finanziaria bieticoltori italiani. Questa nuova società ha poi deciso di cedere gli stabilimenti attivi a CO.PRO.B. ed a SADAM, e di chiudere il nostro impianto e la sede centrale di Ferrara. Risultato: 80 persone senza lavoro, parte di Sarmato, parte di Piacenza e paesi limitrofi. Non solo: riflessi si avranno nella coltivazione di bietole nella provincia, nei trasporti locali, nei lavori accessori di manutenzione e di esercizio della fabbrica da parte delle imprese locali, nella mancanza di lavoro stagionale particolarmente appetito dai giovani del paese e dalle donne. Nessuno può dire di essere veramente immune da conseguenze negative. Lo sconcerto maggiore nasce però dalla circostanza singolare di recenti assicurazioni sulla tenuta dell'impianto, benché in presenza di numerosi fattori che contrastavano con esse, quali: - Vendita di terreni e di case dei dipendenti adiacenti lo stabilimento; - Concessione per la costruzioni di fabbriche ed attività diverse proprio nelle immediate vicinanze per attuare "economie" nei costi aziendali; - Mancanza di investimenti nel rinnovo impianti e nella formazione del personale da molto tempo; - Accettazione di una abnorme condizione di impatto ambientale altrimenti non tollerabile. Oggi ci si chiede se la fiducia riposta nelle assicurazioni avute era giustificata e se giustificati erano i costi pagati. Forse, dico "forse", il problema da porsi ieri come oggi è un altro: "Può qualcuno, dico "qualcuno", cioè poche persone per quanto dotate di intelligenza e di potere, assumersi in proprio il diritto di decidere se avere o no fiducia per conto di tutti? Qualcuno può farlo seppure in presenza di numerose persone che testimoniano con fatti documentati e visibili l'incoerenza di tali assicurazioni? Se questo è un effetto della "globalizzazione", lo sappiamo che nell'Europa dell'est i costi di produzione sono ben inferiori ai nostri, chi può dire di avere ricette per opporsi unilateralmente a tali processi? E' evidente che l'Eridania lo ha tenuto in vita solo per venderlo, il nostro stabilimento! Dunque questo non è solo un colpo ai lavoratori dello Zuccherificio. Lo è a tutto un paese; lo è ad una precisa miopia politica provinciale; lo è ad una cultura di subalternità e dipendenza sociale ed economica che vede nello "Stato" l'unica garanzia del nostro futuro. Forse, e dico "forse", occorre ripartire da qui per avere e dare speranze a chi è nell'incertezza e nella paura. Occorre abbandonare una cultura ed una politica miope ed illusoria. In qualche modo anche questo è emerso nell'assemblea di lunedì 11 novembre, seppure fra mille contraddizioni, ma occorre aprirsi al dialogo senza pretese o pregiudiziali. Solo con il dialogo si "superano" le diffidenze e le paure; solo con il dialogo si rende tutti "partecipi" di un processo di riscatto del paese che ci renda meno "dipendenti" e più "autonomi" nella proprietà del nostro lavoro. Nessuno ha la bacchetta magica, solo un dialogo paziente ed approfondito sul modo di "riapproppriarci del diritto d'uso del nostro territorio" può condurci a scelte "concrete e fattibili". Altre cose ci daranno illusioni ed inutile perdita di tempo, con conseguenze disastrose di cui nessuno può o potrà ragionevolmente godere. A.G. |