Al di là del fossato privo
d'acqua, la folla rumoreggia. Nel sole del pomeriggio settembrino, c'è
paura, animosità, soprattutto incertezza. La Cittadella ha sollevato il
ponte levatoio; nessuno sa con precisione cosa vi stia accadendo. A un
tratto, uno dei congiurati apre una finestra che dà sulla piazza: un
prato dall'erba un po' ingiallita di fine estate, su cui suole
esercitarsi la guardia ducale; attorno al prato, tutte in fila, case
modeste in mattoni con tetti di coppi, a uno o due piani, di aspetto
ancora medioevale; più oltre, dalla distesa dei tetti, si levano contro
l'azzurro del cielo campanili e torri gentilizie. Lo sfondo sereno,
gradevole all'occhio, non lo distrae: legato il cadavere con una corda,
lo appende con l'aiuto di altri al davanzale. Ma da lontano, tutto
insanguinato com'è, la folla non lo riconosce. Allora, la corda viene
slegata e il cadavere del primo Duca di Piacenza e Parma, Pier Luigi
Farnese, cade nel fossato, dove è possibile avvicinarsi a lui e
riconoscerlo. Si compie così il più catastrofico evento nella storia
di Piacenza: dall'assedio e saccheggio da parte delle truppe di
Francesco Sforza nel 1447, per esempio, la città ha potuto
faticosamente risorgere; dall'aver perso dopo solo due anni la sua
posizione di capitale di uno stato "de facto" sovrano dell'evo
moderno, essa non si risolleverà mai più: le mancheranno sempre la
sistemazione urbanistica e i monumenti che i duchi riservarono per la
loro capitale, la Corte con tutti i suoi stimoli artistici e culturali,
e soprattutto la "mentalità della capitale", che rimase
quella subordinata di una colonia. Affacciamoci oggi alla stessa
finestra. Per fortuna, non abbiamo nessun cadavere da esporre; tuttavia,
ciò che vediamo suscita in noi pensieri omicidi. Al posto del prato,
uno laido spiazzo asfaltato, sconciato da fabbricati non soltanto
sgraziati ma anche luridi e dilapidati.: la stazione delle autocorriere
e il mercato coperto.
Il tutto decorato da cassonetti di plastica verde e da
"campane" di plastica multicolore. Più in là, case di varia
altezza e venustà, e, al posto delle torri, quelle creazioni
architettoniche novecentesche che hanno distrutto il profilo della città.
E il Duca, che, anche la mattina di quel giorno fatale, aveva fatto,
proprio con il capo dei congiurati (uno dei suoi migliori amici), la sua
passeggiata preferita, dalla Cittadella al Castello (oggi diremmo:
all'Arsenale) costeggiando esternamente le mura, ripeterebbe oggi quella
passeggiata? Si fermerebbe ad ammirare il Torrione Borghetto dopo il
recente "restauro" curato direttamente dalla Sovrintendenza
alle Belle Arti? Si godrebbe la vista del Tigrai incombente sul vallo?
Gusterebbe l'attraversamento di Barriera Torino? Ecco, questa è la città
che vorrebbe attrarre più visitatori, che si scopre una vocazione
turistica, che potrebbe, se lo volesse, diventare il paradiso del tempo
libero per il Sud Milano. Ed è vero che lo potrebbe: nonostante gli
scempi, la trascuratezza, il disinteresse di molte generazioni di
piacentini, il nostro territorio ha ancora luoghi bellissimi. Ma stiamo
deturpando e inquinando anche questi (dell'inquinamento chimico, che è
molto più dannoso ancora di quello estetico, non mi occupo
esplicitamente solo perché sono più numerosi e agguerriti coloro che
cercano di contrastarlo). Invece di fermare lo scempio e riparare nei
limiti del possibile alle malefatte del passato, si continua nell'opera
di distruzione del bello. Ora ci si sta sfogando soprattutto sulla
campagna: per esempio, per le aree industriali e artigianali dei paesi
si riservano terreni lungo le stesse strade che noi e i turisti
percorreremo, solo perché questi terreni sono "più comodi"
da raggiungere: certo, si tratta di attività indispensabili per lo
sviluppo, ma non siamo quasi mai capaci di rendere gradevoli alla vista
i fabbricati in cui esse vengono svolte; meglio quindi costruirli
lontano dalle strade più battute o nasconderli dietro grandi cortine di
alberi e cespugli. Quest'ultimo anestetico vale anche per tutti i brutti
edifici che non possono essere distrutti o costruiti altrove, in luoghi
isolati: anche l'orrido e l'immondo migliorano sensibilmente se li si
annega nel verde. Nonostante tutto ciò, numerosi piacentini ritengono
che Piacenza abbia una vocazione turistico-residenzial-ricreativa;
alcuni di essi stanno anche lavorando per realizzare questa vocazione;
vi sono poi coloro che vorrebbero più turisti, ma non il turismo di
massa; altri, usando gli strumenti del marketing territoriale, aspirano
a "vendere" Piacenza al maggior numero possibile di aziende
provenienti dall'esterno, incuranti degli argomenti di chi non vuole che
l'economia piacentina sia pilotata da Milano, Francoforte, Stoccolma,
anzichè da Piacenza. Altri ancora cercano di favorire la nascita di
nuove imprese ad opera di piacentini, specialmente se giovani. Hanno
tutti ragione, ma la confusione regna sovrana, poiché queste attività,
in parziale conflitto fra loro, non sono coordinate: ciascuno tira il
carro nella sua direzione, e il carro non si muove, o si muove a zig zag
con lentezza esasperante. Ecco la città "generalista" che ho
già criticato nel recente passato. Ecco dove gli Stati Generali
avrebbero potuto, attraverso il confronto di tutte le posizioni, mettere
un po' d'ordine nelle nostre idee e fornire alle istituzioni
informazioni sul tipo di città e di territorio che la maggioranza dei
piacentini preferisce, in modo da orientare i piani degli enti stessi
verso la realizzazione di quel modello. Ma ciò non è avvenuto. Sono
convinto che il modello debba essere composito: non una sola
"specializzazione" o vocazione, ma alcune, scelte e coordinate
a ragion veduta. Occorre accordarsi sulle regole con cui si eviteranno o
si ridurranno i conflitti tra le vocazioni scelte. Una regola potrebbe,
per esempio, escludere le nuove imprese di certi tipi, o che non
soddisfano a certe condizioni, dal territorio piacentino. Le regole
chiarirebbero il significato del termine "sviluppo
sostenibile", usato da tutti e definito con precisione da nessuno,
e gli darebbero finalmente quella sostanza concreta che esso merita.
Domenico
Ferrari
Docente
presso la facoltà di Economia e Commercio dell'Università Cattolica di
Piacenza