Ci serve un sogno

"Soltanto una “visione” permette di individuare un disegno generale, le priorità, le azioni che vanno nel verso giusto e quelle che viceversa sono contrarie.

Avere un traguardo condiviso rende molto più accettabili i disagi quotidiani e stimola anche la fantasia e l’impegno individuale. Chi di noi avrebbe accettato tagli, tasse e rigore economico senza la “visione” dell’entrata in Europa? Chi avrebbe potuto parlare di “miracolo italiano” alla fine degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta se non ci fosse stata la visione della ricostruzione del paese?

Quello che manca oggi e di cui io sento di più la mancanza è un ideale, una prospettiva di lungo termine. E’ la visione che permette, paradossalmente,  la deligificazione, la riduzione drastica di vincoli, l’assunzione di responsabilità.

Quale o, forse, più giustamente, quali Milano ( o quale la Valtidone  n.d.r.) e quali Italie vogliamo? Quali sono le nostre visioni? Quali sono i grandi progetti che realizzano o che comunque vanno nella direzione di queste visioni? Sarò forse un visionario, ma la mia esperienza da uomo, da ex imprenditore, da docente, da ricercatore, da rettore di una delle più importanti e internazionalmente stimate università tecniche mi ha insegnato che questo è il modo più efficace di procedere.

Avere un sogno per poter operare sulla realtà quotidiana.

 Adriano De Maio

Rettore del Politecnico Statale di Milano"

Da Corriere della sera del 28/02/2001

Per fare "progetti" occorre avere degli "obiettivi"

Ogni obiettivo ha un "ideale", una "utopia", un "sogno" da realizzare.

Quali i nostri sogni, ideali, utopie, per la Valtidone ed i nostri paesi?

La sommaria analisi economica della realtà del lavoro in Valtidone induce amare riflessioni e prospettive incerte. Dobbiamo:

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 lasciare fare al tempo e rassegnarci alla ineluttabilità dei processi socioeconomici?

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 lasciarci guidare dalle autorità politiche più alte cercando di raccogliere quanto più è possibile dallo stato in cambio della "sovranità" e della nostra "libertà" sul territorio?

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oppure vogliamo essere "attori" del nostro futuro prossimo investendo le risorse economiche e culturali che non ci mancano?

La preoccupazione più immediata è quella relativa al perdurante e progressivo invecchiamento demografico con conseguente impoverimento culturale ed economico che genera un problema a più lungo termine.

Cioè il  processo di "sostituzione" della popolazione e delle tradizionali attività con immigrati di religione e culture diverse con gravi difficoltà di gestione sociale, ambientale ed economica di non poco conto.

Perciò gli orizzonti di un "sogno" potrebbero essere due:

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Come "assistere" una popolazione vecchia che perderà ragioni di vita e sostegni familiari e sociali?

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Come promuovere "politiche" di autoresponsabilità territoriale per riacquistare "sovranità" sul territorio, guidarne lo sviluppo senza sussistenza, riavviare processi economici attivi su tutta la valle per evitare la fuga dei giovani, delle famiglie e delle professionalità?

I problemi degli ospedali, dell'assistenza agli anziani, delle strutture sociali, culturali, ricreative e sportive, dell'ambiente e della salute, della scuola, della viabilità, degli emigranti/immigrati non sono dovuti né alla "globalizzazione", né al caso. Forse anziché "guardarci dentro" dovremmo qualche volta guardare ciò che è avvenuto altrove, per capire come fuori dai nostro confini affrontano gli stessi problemi e trovare stimoli adatti per noi.

Grazie a chi vorrà dare un contributo.